"Ancora dopo 50 anni, vado tutte le mattine nella sede Rauler a lavorare. Se non ci vado ne sento la mancanza."
— Reclus Gozzi, co-fondatore
Da Reggio Emilia,
dove tutto ebbe inizio.
Nel 1970 Raoul Gozzi, ex corridore del G.S. Bismantova e pantografista specializzato, decise di mettersi in proprio. Da tempo coltivava un desiderio preciso: possedere una bicicletta costruita esattamente sulle sue misure, senza compromessi.
Ne parlò con Nello Olivetti, meccanico di fiducia ed ex compagno di corse di Ernesto Colnago. Una domenica mattina partirono per Cambiago, dove Colnago stava costruendo le biciclette utilizzate da molti dei campioni dell’epoca.
Definite le misure, il telaio, il colore e le cromature, la bicicletta venne ordinata. Prima di ripartire, però, Raoul chiese di ricevere immediatamente il gruppo Campagnolo: voleva alleggerire e rifinire ogni componente con lavorazioni personalizzate realizzate a mano.
Fu così che a Reggio Emilia nacque un nuovo modo di interpretare il dettaglio nella bicicletta da corsa. Attacchi manubrio, canotti sella, corone, leve freno e cambio venivano lavorati al pantografo e alleggeriti artigianalmente.
Anche il celebre simbolo Colnago entrò a far parte di quelle lavorazioni. Quando, due mesi dopo, Raoul tornò a Cambiago con tutti i componenti completati, Ernesto Colnago rimase colpito dalla qualità del lavoro svolto. Chiese immediatamente di prepararne altri dieci gruppi completi.
Nel giugno del 1970 iniziò così una collaborazione destinata a durare oltre quindici anni. Con l’aumentare delle richieste, Raoul capì però di aver bisogno di aiuto. Fu allora che chiamò suo fratello minore, Reclus.
I primi componenti pantografati a mano da Raoul Gozzi, 1970
Nasce Rauler.
Raoul & Reclus
Due fratelli, un padre fabbro, una piccola officina in Via Abba 26.
Da un’opportunità proposta da Ernesto Colnago nacque un marchio destinato a diventare una parte della storia ciclistica italiana.
unione di Raoul & Reclus, i due fratelli fondatori.
la prima sede storica, dove nacquero i primi telai Rauler.
Il simbolo Rauler deriva da una reinterpretazione dell’«asso di fiori» Colnago: Raoul ne trasformò i petali in una foglia d’edera con il pantografo, creando un marchio unico e riconoscibile.
"Il lunedì successivo, con una certa emozione e ancora con il timore di sbagliare, completammo l'opera. Fu così che iniziò davvero l'avventura di Rauler: era il 1975."
RECLUS GOZZI
Dalle officine
ai traguardi.
Le biciclette Rauler entrarono nel mondo delle competizioni.
Dall’Emilia alle grandi manifestazioni internazionali, vittorie, medaglie e campioni contribuirono a portare il nome di Reggio Emilia ben oltre i confini italiani.
Dino Torelli, Campionato Mondiale Gentleman
Mauro De Pellegrin, argento mondiale cronometro a squadre
De Pellegrin, Campionato Italiano cronometro
Claudio Vandelli, oro olimpico 100 km a squadre
De Pellegrin vince per distacco. I primi quattro: tutti Giacobazzi–Rauler
"Vincere a Reggio Emilia, con un corridore reggiano, su una bici Rauler, fu qualcosa di indescrivibile. Una gioia immensa. Indimenticabile."
RECLUS GOZZI — sulla vittoria di De Pellegrin
Tra i clienti dell’officina ci fu anche Roosevelt Bouie, giocatore della Pallacanestro Reggiana alto 2,17 metri. Per lui la Columbus realizzò una serie speciale di tubi rinforzati e super lunghi, permettendo a Rauler di costruire un telaio da ben 72 centimetri. In officina lo chiamavano scherzosamente“il mostro”.
Bouie ne rimase entusiasta e ne ordinò subito una seconda da spedire negli Stati Uniti. Anni dopo, tra i clienti Rauler sarebbe arrivato anche Horacio Pagani, futuro fondatore della celebre casa automobilistica, che commissionò un tandem e una bicicletta da corsa personale.
Profil. Il telaio
in anticipo sui tempi.
Ogni nuova stagione portava una sfida diversa.
Alla metà degli anni Ottanta, Rauler presentò due modelli destinati a lasciare il segno: Plus e Profil, frutto della continua ricerca di soluzioni tecniche innovative.
Alla Fiera di Milano del 1984 Rauler presentò il modello Plus, caratterizzato da una particolare modifica nella parte posteriore del telaio. Una soluzione tecnica che molti costruttori avrebbero adottato soltanto anni dopo, con l’arrivo delle biciclette in carbonio. Quel progetto rimase uno dei ricordi più cari a Reclus, tanto da volerlo ricostruire ancora oggi.
L’anno successivo arrivò il modello Profil, uno dei progetti più innovativi della storia Rauler. I tradizionali tubi rotondi del triangolo principale lasciarono spazio a tubazioni romboidali studiate per aumentare la rigidità del telaio e migliorarne la risposta sotto sforzo. Il primo prototipo venne realizzato con tubi Columbus PL (Pista Leggero) e collaudato personalmente da Reclus sulle salite di San Marino. I risultati furono immediatamente convincenti.
Il progetto venne brevettato e adottato progressivamente su tutta la produzione Rauler. Sempre più squadre iniziarono a richiederlo, contribuendo alla diffusione del modello.
Nello stesso periodo Raoul lasciò l’azienda per dedicarsi alla costruzione di stampi industriali, mentre entrò in società Mauro Govi, cresciuto professionalmente nell’officina di Via Abba sotto la guida di Reclus e Otello. Alla metà degli anni Ottanta Rauler contava sette persone e continuava a innovare senza perdere la propria anima artigianale.
Per alleggerire il lavoro di Otello — otto ore d’estate con i cannelli accesi — Reclus progettò una macchina dedicata al preriscaldo dei telai.
Nuovi materiali,
stesso spirito.
Tra il 1998 e il 1999 il mercato si orientò rapidamente verso i telai in alluminio e carbonio. Anche Rauler dovette adattarsi, modificando completamente attrezzature e maschere di produzione. In officina vennero costruiti un forno, un’autoclave e un sistema per il vuoto che permisero di lavorare i nuovi materiali mantenendo il controllo diretto su ogni fase della costruzione.
La lavorazione del carbonio richiedeva competenze completamente diverse rispetto all’acciaio. I tubi venivano incollati, le giunzioni fasciate con tessuti preimpregnati conservati in freezer e infine sottoposti a ciclo in autoclave.
Dopo la cottura iniziava un lungo lavoro di rifinitura manuale: carteggiatura, alesature, filettature e montaggio dei dettagli che trasformavano un insieme di tubi in un telaio pronto per la strada.
Negli stessi anni Rauler introdusse anche la saldatura TIG per acciaio e alluminio. Mauro Govi conseguì il patentino da saldatore specializzato, mentre l’azienda continuò a circondarsi di collaboratori esperti e appassionati. Cambiavano i materiali, ma non il metodo: attenzione ai dettagli, esperienza artigianale e la convinzione che ogni telaio dovesse essere costruito come un pezzo unico.
Quando tutto sembrava
finire.
La scomparsa di Otello, un mercato sempre più difficile e la chiusura di storiche realtà del settore misero Rauler davanti alla prova più dura della sua storia.
All’inizio degli anni Duemila il mondo della bicicletta stava cambiando rapidamente. Sempre più produttori trasferivano parte della produzione in Asia e per i piccoli telaisti artigiani diventava sempre più difficile competere sui prezzi. Anche nomi storici come Colnago, Viner, Cinelli, Bianchi, Somec, Chesini e Olmo stavano affrontando profonde trasformazioni. Per realtà come Rauler, costruire telai su misura significava resistere ogni giorno a un mercato sempre più complesso.
Nel 2001 venne a mancare Otello Gozzi, padre di Raoul e Reclus e colonna tecnica dell’azienda fin dagli inizi. Fabbro, saldatore e uomo di straordinaria esperienza, aveva contribuito a costruire migliaia di telai e rappresentava una parte fondamentale dell’identità Rauler. La sua scomparsa lasciò un vuoto umano e professionale difficilmente colmabile.
Le difficoltà aumentarono ulteriormente nel 2006. Dopo la morte di Cesare Viner, uno dei partner più importanti dell’azienda, anche la Viner fu costretta a chiudere. Nello stesso periodo Reclus dovette affrontare un intervento all’anca che lo tenne lontano dall’officina per alcune settimane. Al suo ritorno trovò Mauro Govi in ufficio, scoraggiato e in lacrime: il lavoro diminuiva, i pagamenti tardavano ad arrivare e l’idea di chiudere l’attività sembrava ormai inevitabile. Per la prima volta, dopo oltre trent’anni di lavoro, il futuro di Rauler appariva realmente incerto.
"Non riusciva più ad andare avanti. Aveva deciso di chiudere l'attività. In quel momento non seppi davvero cosa dirgli."
RECLUS GOZZI - reggio emilia, 2006
Una telefonata.
E Rauler ripartì.
Graziano Beltrami, ex corridore della squadra giovanile Rauler,
chiamò una sera durante cena. Non ci fu bisogno di pensarci.
Una sera, durante la cena, squillò il telefono. Dall’altra parte della linea c’era Graziano Beltrami, ex corridore dell’Unione Sportiva Montecchio e imprenditore nel settore delle biciclette di alta gamma. Venuto a conoscenza delle difficoltà che stavano attraversando Rauler e Mauro Govi, chiese a Reclus se fosse disposto ad aiutarlo a proseguire l’attività nel caso avesse acquisito l’azienda. La risposta arrivò senza esitazioni: «Sì».
Nel giro di poco tempo gran parte delle attrezzature venne trasferita nella nuova sede e Rauler ripartì. La produzione si concentrò sui telai personalizzati fuori standard, sulle finiture più ricercate e sui modelli
arabescati, espressione massima dell’artigianalità costruita in oltre trent’anni di esperienza. Le biciclette Rauler tornarono così a essere richieste in Belgio, Francia, Germania, Danimarca, Inghilterra, Stati Uniti e Australia.
Accanto alla costruzione di nuovi telai, l’officina divenne un punto di riferimento per il restauro di biciclette storiche. Dai primi del Novecento fino ai modelli più rari del dopoguerra, pezzi spesso considerati irrecuperabili tornano a nuova vita grazie all’esperienza maturata in decenni di lavoro. È questa la vera eredità di Rauler: custodire un mestiere artigiano e continuare a tramandarlo, affinché ogni bicicletta possa raccontare ancora una storia.
"Sto insegnando il mestiere a due giovani ragazzi. Ci vorrà pazienza, tanta pazienza. Ma se ci metteranno impegno, passione e buona volontà, riusciranno sicuramente. Ancora oggi, dopo più di cinquant'anni, continuo ad andare ogni mattina in Rauler a lavorare. Se non ci vado, ne sento la mancanza."
RECLUS GOZZI — 2026, ANCORA IN OFFICINA
Un racconto dedicato alle origini di Rauler e alla cultura ciclistica italiana che continua a ispirare ogni progetto.